Crea sito

Un Luogo Comune

per non dare nulla per scontato

03 giugno
0Comments

Obiettivo Alluminio.

Un mio amico, uno di quelli che non passa mezza giornata senza avere un’ideona di quelle che guarda esce una figata pazzesca, ha ben deciso di partecipare ad Obiettivo Alluminio 2013, un simpatico concorso indetto dal Consorzio CIAL (Consorzio Nazionale per il Riciclo dell’Alluminio), che lo farebbe andare dritto al Giffoni Film Festival.

Non ho ben capito né come, né perché, ma mi sono ritrovato a partecipare – più o meno – a questa ideona.

UnLuogoComune è quello con la chitarra che canta male e si trova magicamente in varie situazioni inutili.

 

 

A questo video ha lavorato tanta gente simpatica:

L’idea e la regia sono di Lorenzo Arrigoni.

La chitarra, in verità, non è stata affidata alle mie prodezze, ma al buon Marco De Lucia (il chitarrino ascellare degli ABWNN)

La fantascienza è ad opera del buon Michele “Mike” Rota, prestatore di case e grandi quantitativi di carta d’alluminio. (Che ovviamente abbiamo riciclato)

E poi c’è Paolo Bontempo, il belloccio che guida la bici e che si è scolato la birra per la causa. Ve lo ricorderete (?) per robe come questa, oppure questa.

 

Adesso però aiutateci. Andate a questo link facebook e piaceteci, ci aiuterete a vincere. Grazie mille!

30 maggio
2Comments

Rosita: 1 Premio Scribo Ergo Sum 2012

[Pubblico qui il racconto con cui ho vinto (eheheh) il primo premio del concorso letterario Scribo Ergo Sum, a tema la violenza sulle donne, organizzato nel Liceo Classico Paolo Sarpi di Bergamo.]

La luce squarciava a fasci il buio penetrandolo dalle persiane e andava ad accarezzare sui fianchi Rosita, che svestita per metà si rigirava nel letto sudicio. Lo stillicidio del traffico pomeridiano la cullava nella sua piccola tana di città. I capelli arruffati e scurissimi scendevano dal materasso e si adagiavano disordinati sul pavimento, il rossetto si spandeva sul mento lasciando le labbra minute a un delicato rosa. Ogni tanto apriva un chiaro occhio verde, appesantito dal mascara, e squadrava la stanza, con il viso curioso di una bambina. Una luce verdastra all’improvviso sul muro e il vibrare del cellulare: Rosita gettò la mano sul comodino e rispose al numero sconosciuto con voce fioca e bassa: – Pronto?… Sì sono io. – in risposta un ronzio di voce maschile si diffondeva per la camera – Sì, faccio praticamente tutto, tesoro. In quanti siete? Solo tu? Faccio 100, 110 … Ok, quando? … No, stasera sono piena. Facciamo domani? – La voce maschile lanciò uno “stronza di una troia” e chiuse la chiamata, Rosita sbuffò, ma senza farne un dramma, era abituata.

Aveva mentito allo sconosciuto: quella sera non aveva appuntamenti, sarebbe solo arrivato lui, l’Antonio. Si presentò puntuale; come bussò Rosita lo guardò dallo spioncino e gli chiese con il suo accento sudamericano se aveva i documenti. Aveva i capelli cortissimi e la testa rotonda, non era alto, ma molto robusto e spallato, dalla lente a bolla dello spioncino si notavano particolarmente i muscoli sviluppati; mantenendo lo sguardo accigliato e fisso non rispose alla domanda ed entrò. Rosita lo guardò spaventata e domandò ancora dei documenti, lui sorrise, la abbracciò e la baciò frettoloso. Scostandosi a fatica Rosita alzò la voce: – Vuoi rispondermi? Li hai o no i miei documenti? – Antonio rispose con tranquillità e un forte accento milanese – Primo: non sono mica tuoi i documenti; secondo: io voglio sempre il mio anticipo –. Rosita strinse gli occhi, Antonio soffocò il “no!” della ragazza con un bacio violento e, presala per i fianchi, la gettò sul materasso. La luce si faceva più fioca e illuminava a intermittenza il volto terrorizzato e scuro di Rosita, ora in vista, ora coperto dall’ombra di Antonio, prima sul cuscino, poi per terra, bagnato di sudore. Quando se ne andò Antonio, rimase rannicchiata tra le lenzuola sporche di sangue a piangere sui lividi; singhiozzi interrotti e soffocati scandivano il silenzio. Non aveva il coraggio di chiamare il pronto soccorso, troppi rischi.

Era della polizia, il bastardo, lo sapeva per certo, lo aveva sentito dire per strada da qualche amica e questo la inquietava, ma le dava anche un po’ di speranza: se era uno sbirro voleva dire che aveva davvero la possibilità di darle i documenti. Eppure erano tre mesi che non arrivavano, erano tre mesi di incontri segretissimi, minacce, violenze, e alla fine le toccava dargliela. Gratis, come anticipo. Quando le faceva davvero male si faceva prestare i documenti da una conoscente Italiana e andava all’ospedale: stavolta tornando a casa, si fermò davanti alla farmacia. – In effetti un po’ di svarioni … Mal di testa … – Pensava – Per averlo usato, l’ho sempre usato … Non vorrei spendere soldi inutilmente, però … – Alla fine fece il test di gravidanza: Vedendo le due linee rosse si lasciò cadere. Le altre volte aveva sempre usato il profilattico: Era figlio del bastardo. Assunse un’espressione di paura e odio, il suo volto riflesso nelle ante della doccia era atterrito, ma bellissimo. Era figlio del bastardo. Dopo mezzora passata a piangere sulle piastrelle del bagno si alzò, sentiva il bisogno di uscire. Con la borsa stretta tra le braccia attraversò il parco, verso la stazione. Girò più volte intorno alle aiuole e si sedette sulla panchina: doveva abortire.

Trovati documenti altrui, prese in fretta il 9 e andò all’ospedale, fece la coda per parlare con la ginecologa e le disse della sua gravidanza, senza raccontare i particolari, ma insistendo sulla sua necessità di abortire: non aveva soldi, era una puttana, non poteva tenerlo … – Senta – La interruppe secca la dottoressa – La capisco, ma io queste cose non le faccio, sono obbiettrice. Mi racconti piuttosto come è successo e vedremo cosa fare -. Non sapeva se odiarla e andarsene da qualcun altro o cominciare a raccontare. Strinse gli occhi, fissò l’orologio che batteva lento i secondi e, vinta la paura, parlò: ne aveva bisogno, la solitudine era insopportabile. Parlò della fame, del viaggio clandestino, dei sogni di ragazzina, parlò della sua famiglia, della madre defunta e degli stronzi che l’avevano inchiodata alla strada, parlò della vergogna, della necessità di soldi, delle finte amicizie, delle poche conoscenze e parlò di Antonio. La ginecologa strinse la bocca, abbassò le sopracciglia, cercò di trattenersi, ma pianse. Con gli occhi che brillavano prese la mano si Rosita e le disse: – Senti, io non posso lasciarti andare di qui senza fare nulla. Mio fratello ha un bar, a Catania, se vuoi puoi scappare là e metterti a lavorare in nero, poi deciderai cosa fare della creatura. Ti pago il treno e tutto il resto, devi solo chiamarmi. -. La bella sudamericana prese il biglietto da visita con il numero di telefono e se ne andò, riflettendo. Avrebbe detto di no, c’erano troppi pericoli, troppi controlli, ma ne valeva la pena se c’era anche solo una piccola possibilità di cambiare la propria vita. Tra questi pensieri si accorse stranamente che non le importava troppo del suo destino. S’accorse che era qualcos’altro che la spingeva a voler prendere il treno e scappare al Sud, la vita che voleva salvare non era la sua, era quella del bambino, che all’improvviso non vedeva più come figlio del bastardo, ma come suo figlio: s’accorse che amava quel bambino più di sé stessa, era l’unica persona che aveva, l’unica speranza. Rosita si fermò sul marciapiede, guardò verso l’ospedale e corse dentro, si fece spazio tra la coda e abbracciò la ginecologa che con una sola frase aveva cambiato la sua esistenza.

Questa è la storia di una donna come tante altre, che, venuta da lontano, venne fatta schiava delle notti e dei porci e che venne salvata soltanto dal miracolo della Vita, da un incontro inaspettato. Questa è la storia che ti raccontano gli occhi grandi e verdi di una bella barista a Catania. Questa è la storia di mia madre, Rosita.