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17 giugno
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Gli UpStream

Gli UpStream sono una giovane band fusion rock della bergamasca. Sarà che conosco uno di loro, sarà che mi ha messo malinconia l’annuncio dell’ultimo concerto, sarà che li ho cominciati ad apprezzare davvero proprio quando hanno deciso di prendersi una pausa, ma sento il bisogno di scriverne.

[La loro cover degli ultimi tre pezzi di The Dark Side Of The Moon]

Gli Upstream sono Elio, Carlo, Pietro e Stefano. Rispettivamente vocetastiere, chitarre, basso e batteria. La loro esperienza parte nel 2008 e, dopo varie circostanze che non so e non voglio sapere perdono un componente fondatore, incidono il primo EP autoprodotto e maturano fino al recente annuncio di un probabile se non certo LP. Tempo fa ho ascoltato il loro EP e ho notato subito due cose: ottime capacità a livello di musicisti, ma giovinezze alla voce (sia come fisicità della voce stessa, che come melodie dei pezzi propri, che come testi) e perciò ho messo via il disco per non riascoltarlo più. Poi ho di recente visto un live.

Il punto è il segno d’interpunzione più figo, l’ho sempre detto io e dall’ultimo punto di questo pseudo-articolo penso voi abbiate capito che la mia opinione è cambiata, anzi, è stata cambiata dai fatti, dall’evidenza. In quel live ho trovato atmosfere assai rare in contesti indie-giovanili-liceali, assoli da brividi, arrangiamenti da gente con intere carriere alle spalle e voglio ribadire le atmosfere (giuro che sono astemio e che non faccio uso di alcun tipo di principio attivo assuefacente). Poi le melodie della voce non mi convincono tuttora e le loro canzoni finiscono per annoiarmi, sono sincero, ma dopo un loro live mi sono accorto di come questo gruppo sia terreno fertile per qualcosa di grande.  Questa professionalità senza perdere accezioni adolescenziali, questa innegabile bravura senza pretese di fama o vanaglorie non possono essere fini a sé stesse. Insomma: Ho avuto i brividi.

Di recentissimo il gruppo ha annunciato l’ultimo concerto del progetto inteso come è stato fino ad ora. Parte il bassista e gli altri stanno sugli alberi a maturare per un annetto. Siamo ad una svolta importante. Da qui in poi il terreno fertile di cui parlavo ha iniziato a germogliare e, oserei dire, a dare frutto.

Forza UpStream, sono con voi. Tanti complimenti, ma sotto col lavoro, c’è da costruire la musica della mia generazione qui.

 

 

PS: Ci vediamo tutti qui.

11 giugno
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I Baustelle: Introduzione e piccola analisi del “Sussidiario”

Ok, i Baustelle non li caga nessuno (se non qualche rarefatta eminenza pseudo-intellettuale suburbana), lo so anch’io; ma ne voglio comunque parlare, perché li ritengo, nel mio umile parere, una delle migliori realtà musicali attualmente presenti in Italia. Ma procediamo per gradi: si parte dalla presentazioni. I Basutelle (lett: “lavori in corso, cantiere” è un nome deciso aprendo a caso il dizionario tedesco) sono un gruppo Italiano originario di Montepulciano (Siena) formato da Francesco Bianconi (voce, chitarra d’accompagnamento, pianoforte); Rachele Bastreghi (Seconda voce, Tastiere e Synth vari, percussioni); Claudio Brasini (Chitarra solista). Fanno indie-pop-rock d’autore, o qualcosa del genere, ma non sono bravo con le classificazioni, diciamo che fanno una musica molto variegata e abbastanza melodica, con forti influenze elettroniche, ma rimanendo fedeli ai classici strumenti acustici. Sono in circolazione dal 2001, hanno pubblicato sei dischi, di cui l’ultimo nel 2010. Vengono fuori da un panorama artistico parecchio interessante e, perciò, hanno ottime influenze: questo è uno dei loro meriti principali. Presentano melodie DeAndreiane, arrangiamenti “cinematografici” alla Morricone, ma anche sintetizzatori anni ’80 e sonorità dance in stile Battiato, senza dimenticare i vari impulsi indie sulla scia dei Sonic Youth e un mucchio di altra roba. Come la musica anche i temi che trattano hanno radici profonde. Bianconi produce testi musicali, ma non banali, ispirandosi ai Poeti Maledetti e al decadentismo, alla letteratura del XX secolo, al Cinema d’autore (è infatti un cinefilo accanito), a altre esperienze musicali del ‘900, ma anche alla tradizione Cristiana e alla realtà del piccolo paese provinciale da cui proviene, criticandola da ateo, ma senza negare una sorta di appartenenza ad essa. Basta citare un po’ di titoli per farvi avere un’idea: La Canzone di Alain Delon, Gli Spietati, Mademoiselle Boyfriend, Il Liberismo ha i giorni contati, Sadik, Cinecittà… Insomma: un vero e proprio mischiotto culturale. Raccontare l’intera carriera musicale di un gruppo come questo riempirebbe un libro, mi limiterò a raccontarvi del primo loro disco, e chissà, magari in future puntate analizzerò anche i successivi.

Bianconi e Brasini cominciano a fare musica al Liceo: tirano su un gruppo sulla corrente degli Smashing Pumpinks etc. chiamato Subterraneans a cui si aggiungerà la Bastreghi dopo essere stata provinata alla meno peggio (volevano infatti una donna nel gruppo a imitazione dei Sonic Youth). Il gruppo cresce e nascono i Baustelle, dopo tantissimi demo riescono a pubblicare con Baracca e Burattini (etichetta indipendente toscana) il primo disco: Sussidiario Illustrato della Giovinezza. Il disco parla di adolescenza, ma non un’adolescenza qualsiasi (che coincide sempre con la guerra, per noi allegri ma anche morti, sia chiaro), l’adolescenza de Il Sussidiario è antiomologata e torbida, come la definisce lo stesso Bianconi. Il disco è molto elettronico, dominano i Sintetizzatori con frequente accompagnamento di chitarra acustica e chitarra elettrica solista; sonorità e ritmi prevalentemente pop.

Si comincia con Le Vacanze dell’83, ricordi di un piccolo guardone asmatico (C’era / la straniera del mare / l’asma non passava / io mi nascondevo / lì spiavo lei / e il mio amico del cuore / perché / si toccavano) con un bel ritornello malinconico tipicamente indie (Le vacanze dell’83 / sembravano sintetiche / lo scrivi sì / lo scrivi o no / il tuo romanzo eroti-/ -come sei finito a Rimini? / con le signore in bikini).

Dopo la spietata Martina, che parla di un amore che ha già il retrogusto del tradimento e del dolore, anche nel senso fisico del termine (tutto ciò significa / anche tu mi tradirai / un rasoio inciderà / le mie vene / ora / ridi / dietro lenti scure riderai), ci aspetta Sadik con i suoi versi maledetti e corrosi (Gusta sulle guancie il cuoio / tocca il golgota … incatena con la seta / squillo platino / chiuso dentro il bagno / nostro padre amplifica / le storie nere / è l’apostolo dell’uomo in maschera … quattro piume di cristallo / bava a Hollywood) e spezzoni del film erotico giapponese “Ecco l’impero dei sensi” con l’azzeccato “E adesso che farai?” in conclusione.

Forse la canzone più rappresentativa è Gomma: ritmo essenziale di basso e batteria con
spezzoni di esasperata vita adolescenziale, sotto tutti gli aspetti (Settembre spesso ad aspettarti / e i giorni scarni tutti uguali / fumavo venti sigarette / e groppi in gola / e secca sete di te … “Hello bastardo ci vediamo” / l’adolescenza che spedivi / sulle mie tenebre incestuose – osè … ed il futuro stava fuori / dalla new wave da liceale … e fantascienza ed erezioni / che mi sfioravano le dita / tasche sfondate / pugni chiusi / avrei bisogno di scopare con te). Il tutto coronato dal ritornello melodico (tremavo un po’ / di doglie blu / e di esistenza inutile / vibravo di vertigini / di lecca-lecca e zuccheri).

A seguito troviamo La Canzone Del Parco, melodia a scatti e un po’ noiosa, salvata dal bellissimo testo che racconta di due giovani amanti, e dell’intuito di eternità che hanno incontrandosi al parco (ricorda un po’ Lui e Lei di Guccini, se qualcuno ha presente) (domani è lontano / se mi ami ora /domani è lontano … sinceri se dicono “ti voglio bene” / il parco sorride … se lei e lui nuvole / di desideri / si toccano puri / il prato respira) che culmina nel finale, curiosa riflessione del parco stesso, impersonato, osservatore esterno, che non potrà mai godere delle gioie della vita e dell’amore, pur essendo immortale (e mi lascio prendere … da poeti poveri … a che cosa pensano / questi umani fragili? / A che cosa servono i miei rami stupidi? … posso solo esistere / in eterno vivere / senza avere gli attimi / degli amanti giovani / degli amori giovani).

Ed ecco la mia preferita: La canzone del riformatorio. Si tratta dei pensieri di un giovane carcerato, finito in riformatorio per aver aggredito la sua ragazza un anno prima sotto effetto di alcool e sostanze, che davanti al tempo che passa e non ritorna trascorso in carcere, si pente, e davanti alla foto della ex-morosa intona un canto di malinconia (questa è per quando / ti ho fatto male / quel pomeriggio / un anno fa / con il coltello nello stivale / mi facevo di / alcolici / andati a male … erano giorni / di vita dura / mi sorridevi / senza pietà / e non vedevi / che la paura / mi portava via / la libertà / di non amare / ed per questa / pena d’amore / che ti ho ferito … mi perdonerai Virginia? / E adesso mi manchi te lo giuro / le sogno la notte le tue grida / le tue cosce bianche stonano / sulle donnine pornografiche / appese dagli altri custoditi qui … Amore tra cinque anni dove andrò? / E tu chi sarai e chi saremo? / Fuori dal riformatorio / le vite perdute come gioia / passata per sempre come moda / cos’è / che ci rende prigionieri?)

A seguito troviamo Cinecittà. Il verso cantato si intreccia al recitato in un dialogo tra un’aspirante attore giunto in tarda serata per un provino di un film, che, quasi irrealmente, viene rivelato erotico dalla sensuale voce dell’analista. Da apprezzare il ritornello sempre malinconico che fa percepire la tristezza del tempo passato e l’importanza di valorizzare ogni momento (Non se la sente? / Se me lo chiede con quegl’occhi non mi riuscirà di dirle no/ e poi / stasera / sono sul punto di sognare … a Roma si muore d’amore / è la vita è che siamo stelle / è che siamo miseri / lalalala è / la vida agra [NB: nel primo ritornello dice “la dolce vita”])

Dopo troviamo Io e Te nell’Appartamento, un nome, un programma: una serata d’Amore tra semisconosciuti che finisce nell’abbandono eterno (ti conosco appena … io non so fare niente / volevo solamente / chiuderti / su da me / forever … e ci ameremo come i cani / la gente fuori non lo capirebbe mai / perduti nell’appartamento / non ci ritroveremo mai … domani forse me ne andrò / via da qui / via da te / forever / e ci ameremo come i cani / e tu non mi ricorderai negli anni mai / ma sempre meglio di morire / di una sera d’inverno contro la città / non ti sembra?)

Infine c’è Il Musichiere 999, l’inno del neo-cantautoriato maledetto. Riassuntivo, non solo del disco, ma un po’ di tutta l’esperienza Baustelliana, strofa zeppa di citazioni pressoché culturali pop e ritornello da una sola frase d’impatto “Build the modern chansonnier!” ripetuto con insistenza. Costruiamo il nuovo chansonnier, creiamo di nuovo uno stretto contatto tra musica e generazioni, cantiamo di noi, ce ne sarebbe bisogno. In Italia le esperienze sotto questo punto di vista sono state e continuano a essere molteplici (basti citare La Tempesta Dischi), ma per adesso sono solo Lavori In Corso.