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Un Luogo Comune

per non dare nulla per scontato

13 marzo
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Schifo

Forse non ho mai commesso errore più grave di quella volta che sono salito furioso con la bicicletta e mi sono lasciato andare a sfiatare sulla panchina. E nell’affanno ho respirato e sorridendo ho detto “in fondo non ho nessun problema, sono in pace con Dio e col mondo”. Fortunato. E poi lì fermo, steso addosso alla pianura, zeppo della mia salita inutile, io, io che sorrido nella mia pace indotta e mormoro un ringraziamento che non è.

Solo adesso, poco più su, mi accorgo di aver sbagliato davvero quel giorno. Del mondo non mi curavo e Dio lo tenevo come al guinzaglio. Perché sono arrivato a fare finta anche nella più candida solitudine. Perché non si ringrazia mai davvero se non quando si chiede, si chiede ancora. Ancora più sassi, ancora più flutti, ancora più.

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13 maggio
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Alte Definizioni

Il presente non è

una situazione fisica,

una condizione spaziotemporale,

un’influenza continua,

una convenzione millenaria,

un errore di programmazione,

una parola da interpretare,

una crisi economica,

un misticismo sessuale,

un filtro fotografico,

una risposta pronta.

 

Il presente è il sole

intermittente

dai finestrini

del pullman,

grazie a Dio.

 

 

29 aprile
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Serata Capiente

di Paolo Bontempo

Oddio è stare male. È stare ad aspettare senza sapere, senza capire che le direzioni del vento cambiano di tanto in tanto, che i colori sono diversi dal tuo studio, che un restauro può distruggere, che il semaforo può sbagliare, che si può morire, cazzo.

Potrei cominciare a parlare della diegesi dell’essenza intrinseca, del non capire che arrampicarsi è scivoloso, che ti cruccia questo vivere apparentemente vuoto, questo sentire che non c’è niente, perché non cerchi niente, perché non vedi niente.

Buttati dal piano più alto del tuo palazzo, sprofonda nell’ancestrale spazio che ti apre il Correggio, Cristo Santo, non farti risucchiare dal non vuol dire.
Cosparsi di sentimenti,

siamo meno romantici,

di quanto

vorremmo essere.

 

08 marzo
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Oramai

Il sole, oramai,

trasfigura

le persiane,

l’orizzonte

sta tutto dietro

gli occhi

innamorati

di chi guarda

lontano.

 

Le nostre ombre

su muri già

tremano,

evaporano le

pozzanghere e

le mie dita

mi si sciolgono

in mano.

 

Le prime margherite

nascono

e seccano,

oramai,

i ragazzi si baciano.

 

 

13 febbraio
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Suoni

Qualche motore

lontano

mi ricorda

te.

 

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31 dicembre
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Al largo

di Matteo Vitacca

Non posso
tu che prendi il largo
fiera e orgogliosa i remi
con paura mascherata manovrando
non guardare

vorrei
che il mare si fermasse
solo un istante
devo raggiungerti
almeno un istante

ma non appena
nell’acqua gelata
immergo un piede
subito per la paura
lo ritraggo

E solo la tua risata
da lontano mi giunge
e mi trapana e frastorna
la testa sì che sento
di dovermi tuffare.

Ma non so nuotare,
ho paura
e tu di aiutarmi
a salire hai forse
più paura di me.

Ci siamo scordati
di insegnarci a nuotare.

28 dicembre
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Vetro, aria, vetro

Mi hanno messo qui

a controllare le stelle

artificiali

della valle;

a guardarle brillare

nel gelo,

nel buio.

 

Mi hanno legato

ad un tempo e

ad uno spazio,

a misurare in

coincidenze

la lontananza.

 

Mi hanno lasciato

nel petto

qualcosa di così

maledettamente

esplosivo,

qualcosa di qui

che comunque

tu non capiresti.

 

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16 dicembre
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Niente canzoni d’amore per uno scrittore adolescente

Ho un amichetto che torna a casa e scrive anche se è tardi. Quindi pubblico quello che scrive, ogni tanto.

di Paolo Bontempo

Questa non è la solita prosa impostata del sabato sera, è solo una cosa fine a se stessa, fine allo stress, inutile come non mai, ma mai eccessivamente bella, protesa verso. Ho 15 anni adesso, e ho bisogno di spazi larghi, di vedute strette, di inquadrature nuove, più interessanti del tuo sguardo, più lontane dei tuoi occhi. Ho 16 anni adesso, ma non me ne capacito, solo sono un po’ più stronzo, disilluso e utopicamente spinto a capire, la bellezza della merda, il movimento delle tue pupille. Non ho niente adesso, o almeno così sembrerebbe da quanto non scrivo. Penso sempre a quanto innamorarsi sia bello. Tu, ad esempio, “Ti amo”, non dirmi che non mi ami, ho visto come mi guardi quando mi volti le spalle, come mi osservi quando dormi, come parli quando canti, come sono scemo ancora adesso. Eppure io credevo di volerti bene, poi mi sono chiesto “Ti amo?” e allora ho avuto paura di spaventarmi, timore di entrare in un vortice caldo di sensazioni controproducenti, di asfissie giovanili, di grida selvagge, di morti sicure. Amare è decidere in realtà, se non scegli rimani immobile a crucciarti per non esserti deciso a mandare affanculo qualcuno, di non essere riuscito almeno a convincerti del contrario di non sai bene che cosa.

Non ho niente neanche adesso, lo capisco dai suoi occhi. Lei mi amava mentre ti amavo, e ora che la amo non mi ama più, e poi dicono che la morte sia una brutta cosa se se ne abusa, se si smette di vivere per un attimo veloce, se cominci a solidificarti e a scioglierti di tutte le preoccupazioni. Ora devo cercare chi mi ama mentre la amo, me se non la amo come posso uscirne? Come posso pretendere di trovarti? Esci fuori, urla, grida, “è Dio che mi ha mandata”, allora ci sposeremo, ci stancheremo subito e poi avremo dei figli, dei nipoti, degli impegni, delle rotture di coglioni, dei film da vedere insieme. Scoprirò un giorno un posto in cui chiamarmi Domenico, in cui navigare sul male, in cui tuffarmi senza fretta.

Non ho niente neppure adesso che non so quanti anni ho. Dovrei dire che non ho niente neppure adesso, ma non me la sento. Sarà che ho una melodia che mi continua a girare in testa. Sarà che ho mal di testa da 17 anni. Sarà che dico troppe parolacce. Dovrei continuare a dire che non ho niente neppure adesso, ma non me la sento. L’istinto mi sta conducendo, e potrei aver detto cose a cui non credo, prima, e forse lo farò anche dopo. Dovrei continuare a dire che non ho niente neppure adesso. Però guardo fuori dalla finestra, per un attimo, e mi accorgo che la tapparella e abbassata, che la luce è spenta, che non è possibile.

22 novembre
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“Fidati è qualcosa in più”

I Cani – Glamour (2013), 42 Records

Quando ho ascoltato questo disco per la prima volta, appena caricato su YouTube dalla band, sono rimasto turbato. Sarà che erano le undici di sera, sarà che ero stanco morto ed emotivamente sconvolto, ma questo disco mi ha veramente fatto un certo effetto. Diciamo che seguo I Cani dall’uscita del primissimo singolo e che “Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani” (2011) è uno di quei dischi che mi ricorderò molto a lungo. Nel senso che già in quinta ginnasio mi trovavo a scrivere sotto il banco “vedi Niccolò la gente non è il mestiere che fa”. Quelle atmosfere casarecciamente elettroniche, quel punk buttato sui sintetizzatori, quella voce fragile e musicalmente scorretta, quelle liriche fatte di panorami metropolitani e gioventù serali. Niente, o quasi niente, di tutto ciò in “Glamour”. L’album è pulito come melodie, arrangiamenti, composizione, è ben prodotto (da nientepopòdimeno che Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax) e posso dire che una delle prime cose che si avvertono è l’oggettiva maturazione del gruppo – che poi alla base dei Cani c’è Niccolò Contessa, giovine romano, tastiere e voce. Proprio questa maturazione si ritrova incisivamente tra i concetti delle liriche.

Gli adolescenti liceali, universitari, mantenuti, postmoderni, illusi ed emotivamente instabili del primo disco sono diventati grandi. Ora hanno un lavoro, un lavoro vero, magari si sono compiuti pure come artisti e sono in tour per tutta Italia (in senso direi meta-letterario, tipico del gusto modernista dei cani, l’utilizzo di personaggi altri da sé con il fine di parlare di sé o viceversa, ottenendo spesso volentieri canzoni che parlano di gente che fa canzoni): hanno capito che non si va avanti a Long Island e velleità. Ma le problematiche di fondo, che hanno infiammato in totale onestà e purezza i loro animi, sotto strati e strati di apparenza, sono rimaste. E l’idea di aver superato l’adolescenza, ma di non averle archiviate non fa altro che ingigantirle, fino ad urlare. Un po’ come nelle canzoni dei Fine Before You Came. “Fidati, è qualcosa in più”. Il problema non è più andare a scuola, sostenere gli esami, innamorarsi o avere vent’anni: c’è qualcosa che, avvicinandosi l’età adulta, resta, più profondo che mai. Ti viene quasi voglia di scappare per non sentirlo , ti viene voglia di “stare sempre così, avere cose pratiche in testa” per far finta che non ci sia.
Da una parte abbiamo “l’unica vera nostalgia” del sentimento sincero della giovinezza, dall’altra la consapevolezza che “non si può correre soltanto dietro ai sentimenti”, anche perché il mondo fa di tutto per opporsi ad ogni reale sentimentalismo: “Non c’è niente di twee in tutto il mondo”. E così, procedendo spesso per citazioni, da un intergenerazionale abusato De André fino ai “groppi in gola” dei Baustelle o ai già citati Fine Before You Came, quasi si volesse affidare alle parole di altri quello che si vuole dire, I Cani ci raccontano dell’invecchiare in tutti i sensi, di cosa volesse dire “arte” per Piero Manzoni (Storia di un artista) e di cosa vuol dire per le nostre pretese intellettuali da social network, ragionando sempre su quell’ardore di “sogni ambiziosi” che pulsa sotto a tumblr, sotto alle “mostre borghesi” e sotto alle foto profilo. Rapporti una volta considerati immortali che si sfilacciano, la paura che gli amici mi scordino, e di quelli che scordo io”. Le promesse di tre o quattro anni fa che si perdono. Un terrore di perdere tutto che afferra nella piena quotidianità, nella normalità (e dire che volevamo essere “tutto tranne normali), in mezzo ad un corridoio, all’improvviso: quasi una crisi di panico. La constatazione che ogni sogno passato, presente e futuro, ogni sincero desiderio che la società non riesce ad ammazzare e che si porge quasi istintivamente o, per riutilizzare questo termine, molto sentimentalmente, alle stelle, è destinato a svanire nel totale disinteresse dell’universo, che ha da badare alla sua assoluta relatività. “Tutto l’universo nasce e muore di continuo e se ne frega dei progetti e degli amori e dei miei fallimenti”: forse è questa la frase che fin dal primo ascolto mi ha lasciato addosso quella sensazione di turbamento. Per carità, il mondo è pieno di maestri del cinismo e del relativismo ben più tristi dei Cani, ma quella canzone, con quella melodia così ignorante ed allegra, dopo tutto il disco fino a questo punto, ha un nonsoché capace di colpirmi più in profondità di altre logiche del nulla. Eppure, fosse solo per questa frase, non si troverebbe la forza di alzarsi dal letto. Il brano finale, Lexotan, butta lì una cosa piccola, stupida e fragile: una speranza. Una speranza chiamata felicità.

È una felicità particolare: né una serenità edonistica, né una realizzazione totale: “E se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è la nostra stupida, improbabile felicità. La nostra niente affatto fotogenica felicità. Sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata”. Inadeguata, perché Contessa non sembra vedere motivi per cui essere razionalmente felici, ma non può negare di esserci passato, di essere stato felice per sbaglio.Un po’ come “il momento in cui si ricomincia a respirare”, che Contessa dirà di aver espresso in Roma Sud. È dunque con una certezza fragile che si continua a stare al mondo, nonostante il mondo.

Questo è quel poco che sono riuscito a tirare fuori da un disco molto organico, ma comunque veramente vasto; quel poco che sono riuscito a leggere dietro l’hipsterismo, quasi pesante, quasi voluto a cui ”l’ennesimo gruppo pop romano” non rinuncia. I Cani, non senza fatiche, hanno fatto un disco più maturo, non necessariamente migliore, del precedente. Hanno dimostrato la solita capacità di tirarsi fuori per un attimo dalla tanto cara società postmoderna e di raccontarla con sguardo un po’ sfottente e un po’ disperato, come abbiamo già visto nel primo album; c’è infatti una precisa integrazione dei due dischi. “Glamour” inizia con il suono conclusivo del “Sorprendente” e termina con i rumori iniziali del primo disco, in perfetta ringkomposition.
Forse, però, in questo album c’è qualcosa in più. Si fa spazio, in mezzo a miliardi di arti e sociologie, una certa attenzione all’uomo, una certa attenzione all’individuo per quanto meschino, per quanto ridicolo. Forse esagero, forse mi esprimo troppo soggettivamente, ma penso che, più dell’umanità, i Cani stiano cercando l’uomo.

Il cane, del resto, è il miglior amico dell’uomo.

 

Per ascoltare il disco: cliccami

12 novembre
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Novembre

Sai? Porto ancora la stessa giacca dell’anno scorso, quella con la zip rotta in fondo. Una delle biciclette che uso ha un nome e tu lo sai, ma non riesco ad usarla per andare a vedere le finestre accese. Un anno fa ero io ad accendere le finestre. Dall’alto mi accorgo che non era niente. Ora ti guardo da quassù, ma non ho ancora aggiustato  la zip della mia giacca.

 

Il cielo viola all’orizzonte.

Galassie di freddi quotidiani.

Polmoni che si seccano.

 

Corro sempre più in alto,

corro sempre più,

corro

sempre

per inseguire il tramonto.

 

 

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