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Un Luogo Comune

per non dare nulla per scontato

Archive for the 'Racconti' Category

28 agosto
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Figli di madri cattoliche

29 Luglio, Notte

come marinai siamo
usciti dalla tempesta
e le ruote si sono asciugate
velocissimissime girando
sull’asfalto
davide non lo sento da anni eppure esiste ancora

davide va in olanda e la lombardia

la lascia
cosa lascia davide?

 

 

il mcdonalds di segrate rapinato dal tramonto e poi dal temporale e i fulmini paralleli alla strada che squassano il nulla intorno, è questo che lasciamo quando andiamo oppure siamo noi nelle nostre gabbie di faraday a inventare la pianura padana dietro i finestrini bagnati solo per avere qualcosa da cui scappare, in cui restare, da conquistare?

 

1 Agosto, Sera

Mattia fa la doccia mentre

un piccolo cane abbaia nel nulla,

gli insetti prendono piano possesso

di questo terrazzo

e io non ho mai chiesto

che questa precisa bellezza

davanti a me stesse

come se, da sempre,

insistente esistesse.

e non so davvero cosa

di me

di me succeda

né fino a dove guardare

mentre si carica il cellulare,

fino a dove capita,

capita ancora,

con una profondità diversa,

con il pentimento del tempo

passato

a desiderare meno di questo.

 

Bruciano tutto qui intorno,

passano le macchine e poi torna

un gran silenzio.

 

Non chiudo,

aspetto.

E non ho niente e tutto, fuori,

è dentro.

 

2 Agosto, Notte: amaro

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e me ne vado da loro, che a stare lì sto costretto, piuttosto salgo le scalette e resto spiaggiato sul letto, tra i sassi. cammino ormai in mezzo a tutto, e non c’è domanda da porre a tavola senza che riguardi il cosmo, anche alla lontana, anche chissà come. hanno bevuto i ragazzi e anche io, eppure tengo bene, tengo tutto. quando lavo i denti guardo le stelle, quando salgo le scale le salgo chiedendomi dunque quale sia il mio cervino, perché il resto c’è ma passa e lascia silenzio nel senso che penso cosa c’entro, chi chiamo quando ho tempo, chi dimentico e cosa amo. cosa amo al punto da non pensare alla fatica e solo lasciarmi trascinare nella profondità di un origine che più sembra lontano, più davvero è vicino e tu e tu hai quegli occhi che maledico perché hanno dentro lo spazio più vasto del golfo, la postura fottuta e gli sguardi incazzati di noialtri figli di madri cattoliche con i cuori grandi e i colori della campagna tutta bruciata, tanto per cambiare credo che tu possa tornare.

eppure ho bisogno di tutt’altro e non ho paura di dirmelo piano, poco prima di dormire.

 

3 Agosto, Notte: pallavolo

da ieri sera al pranzo di oggi il direttore ha mosso i polsi sempre più velocemente, tutto il suo corpo stava in quei polsi. poi le mani, le mani e le braccia e l’orchestra che suonava alle spiagge di sassi di sabbia, ai panini e al melone, che bisognerebbe parlare per ore di quello che ci è successo. e poi giocare a pallavolo e andare in mare a litigare perché a questo punto guardami fino in fondo e non pretendere che tutto sia perfetto. è perfetto così, però, e nemmeno c’è bisogno di dirselo. bastano i fianchi della cameriera bionda e i nostri schiamazzi e ancora amari come questi mesi in cui avevo paura di desiderare.

porta a quella madonna il conto di quello che mi ha messo nel cuore, dille che ancora parlo troppo e quando dovrei stare zitto non mi riesco a spiegare e quando dovrei parlare mi giro dall’altra parte e fumo a scrocco. la gola che gratta, la mia voce nelle cuffie, alessandro non risponde.
ci sono dei fari che sparano la luce contro le stelle, sarà il mare o qualche discoteca. poi piomba una stella cadente su di me e i ragazzi ridono sotto e non faccio a tempo a chiedermi che cosa desidero. perché sei tu, e la mia voce nelle cuffie per tutti, e tutto per sempre e tutto adesso. e che la stella mi arrivi addosso.
perché tu arrivi anche se sono stanco e va bene, pensavo ad altro, sei bello che ti fai accarezzare e mi rialzi lo sguardo.

 

4 Agosto, Notte: per terra

ci sono dei letti per terra che bisogna superare con certi passi lunghi e quatti, ai lati dei materassi per non svegliarli. c’è la macchina di giovanni che non parte mai senza un’altra macchina che ne carichi la batteria. ci sei tu che per amarti prima devo essere abbracciato da tutti, qui, e guardare il filo del mare. poi c’è la luce che si proietta sul muro con le sagome degli alberi quando passano le macchine sullo stradone nel niente, come una lanterna che gira le stelline sul muro per fare addormentare noi bambini pieni di limoncello e drum e altre cose legali.

la mia voce si addolcisce se canto cose vere, credevo non piacesse a nessuno e invece… io e bernardo abbiamo buttato un sacco di immondizia al lato della strada, nella sterpaglia buia. erano tutti piccoli animali, resti di calamari. sebastiano si lava i denti mentre cago e pede viaggia verso la polonia. non ho ancora chiamato bonti ma le mie canzoni non smettono di parlare di lui. e di quel sotto che c’è in tutto. nel mio labbro rotto e nel sangue sempre seguo quel profumo di boh, che l’identità ce l’hanno tolta in promo con l’anno di nascita.
ma tu fammi vedere la tua faccia, ancora in due amici che dormono qui, ancora nel di più di cui sento il profumo in mezzo alle colline, nel mare. io che canto e ancora il canto di cicale.

 

5 Agosto, Notte: debole

se mi sveglio che ho sognato la tipa, ancora, sbuffo un po’ perché mamma mia non cresci mai! tante cose belle e importanti che dici e poi guardati lì come brami ancora semplicemente quello che non sei stato capace di compiere anni fa perché debole. e ti metti alla prova e cadi, perché debole. scrivi alle altre e non a te, non all’anima tua che hai servito per quattro mesi di dolore. ma non voglio essere forte non voglio, che se no sarebbe scontato amarti stronzetta. così invece mi dice verifica, guarda proprio per te, torna a scannare ogni piccolo desiderio del tuo cuore, che sia sposare una o solo volerle sbottonare la camicetta, tu guarda lì, guardaci e vedrai che non è roba tua che non sono moti tuoi, che appartieni e sei più di tutto ciò che brami, sei filo diretto con il disco del sole in fondo alla baia, con la ferrovia nella sterpaglia e il punto in cui finiscono i binari chissà di fronte a che mare solcato da chissà quali migranti economici.

e così 21 angels scritto sulle mutande di bernardo, 21 angels che non sei solo e nuoti nudo nel mare largo senza bambini terroni, senza dover fare nient’altro che cantare, con mattia lì vicino alla boa, le mosche, amici sconosciuti intorno a un tavolo pieno di birra e pasta e ricotta per te. ti amerò solo se sbottonandoti la camicetta sfioreranno le mie dita tutto questo: persino le spazzature dietro le spiagge, gli scogli che pungono e le cose che grido, persino quando non respiro, persino te.

24 giugno
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Il Vangelo secondo Smatteo

Se ritorna uno smatto di Paolo cosa vuol dire? Che si torna indietro? Che si va avanti? Che è Giugno e non c’è un cazzo da fare? Forse?

In realtà ho una specie di carica super mario smash smosh boh. Cioè nel senso appunto infatti su un blocco dello scrittore le annotazioni per il prossimo film di ezio greggio tutto minuscolo. Risollevare la commedia all’italiana e buttarsi nella serie Z che neanche in lega pro che neanche in serie c che neanche stare giù. Allora tu giocavi a pallavolo e io venivo a guardare le tue partite, è ok? Creiamo questi ricordi così i nostri figli saranno contenti. Io lo spero che avremo dei figli, ma quanti ne vuoi, uno due tre o quattro e poi fare la fame ogni santo giorno che piove nevica e tutte le cose invisibili e di merda. Buttato nel mondo antico, rialzato dalla cenere del battesimo, venerdì santo prima di sera suona il campanello d’allarme come un gong e dai il via alla nuova sfida fra stati uniti e stati sparsi. Ma la Russia è ancora una potenza mondiale? Ma il giappone perché ogni tanto salta in aria però non è come trenitalia che per farti male o inciampare o sbattere contro le porte girevoli devi aspettare anni e amare i ritardi. meglio l’argentina unita o il brasile che vince i mondiali di Curling e nuovo sport nazionale e nuovo mito globale e la djmba e il dance floor nuovo di zecca con donne da Rio. Napule, salta di tempo in tempo questo nuovo mondo terzo millennio new age new world no profit no tav yesman yes portiamo avanti le coalizioni di destra sinistra alto basso ticino dove nuotiamo coi braccioli di braccio di ferro gonfiati a spinaci e voglia di vivere sul lato giusto dell’arno, sulla sponda sporca del giorno. Perché si sa, ogni minuto che passa fanno secondi preziosi, ogni anno che se ne va porta con sé nuovi doni a Babbo Natale a un Babbo qualunque ma no, alla povera Madonna neanche un rancio di Sushi, neanche farla rimanere in cinta col curry o il primo baracchino messicano destinato a cani da macello, tipo dietro l’angolo vendono una costata buonissima e già dal nome sai il prezzo. L’inflazione torna quando meno te lo aspetti, come un giornale a forma di aeroplano che si schianta contro le gemelle Kessler e interrompe i balli di una vita, le speranze di una signora per bene che usa saponette usa e getta e sgancia scoregge non appena si indispettisce. Però noi tutte queste cose non le possiamo capire a fondo, noi tutte queste cose dobbiamo guardarle da un bicchiere pieno di vino, che sia Chianti o schiantato contro il parapetto di uno che fa takewondoo ma non guardagna un cazzo e la sera porta pizza kebap stronzate lego takeaway away da ciò che vuoi beby qui non scherziamo col fuocoammare ma solo amare un unico dio e se capita anche zeus afrodite atena e poseidona che si posa a fondocampo e noi chiudendo il diaframma potremmo addirittura respirare aria buona.

 

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13 marzo
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Schifo

Forse non ho mai commesso errore più grave di quella volta che sono salito furioso con la bicicletta e mi sono lasciato andare a sfiatare sulla panchina. E nell’affanno ho respirato e sorridendo ho detto “in fondo non ho nessun problema, sono in pace con Dio e col mondo”. Fortunato. E poi lì fermo, steso addosso alla pianura, zeppo della mia salita inutile, io, io che sorrido nella mia pace indotta e mormoro un ringraziamento che non è.

Solo adesso, poco più su, mi accorgo di aver sbagliato davvero quel giorno. Del mondo non mi curavo e Dio lo tenevo come al guinzaglio. Perché sono arrivato a fare finta anche nella più candida solitudine. Perché non si ringrazia mai davvero se non quando si chiede, si chiede ancora. Ancora più sassi, ancora più flutti, ancora più.

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29 aprile
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Serata Capiente

di Paolo Bontempo

Oddio è stare male. È stare ad aspettare senza sapere, senza capire che le direzioni del vento cambiano di tanto in tanto, che i colori sono diversi dal tuo studio, che un restauro può distruggere, che il semaforo può sbagliare, che si può morire, cazzo.

Potrei cominciare a parlare della diegesi dell’essenza intrinseca, del non capire che arrampicarsi è scivoloso, che ti cruccia questo vivere apparentemente vuoto, questo sentire che non c’è niente, perché non cerchi niente, perché non vedi niente.

Buttati dal piano più alto del tuo palazzo, sprofonda nell’ancestrale spazio che ti apre il Correggio, Cristo Santo, non farti risucchiare dal non vuol dire.
Cosparsi di sentimenti,

siamo meno romantici,

di quanto

vorremmo essere.

 

16 dicembre
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Niente canzoni d’amore per uno scrittore adolescente

Ho un amichetto che torna a casa e scrive anche se è tardi. Quindi pubblico quello che scrive, ogni tanto.

di Paolo Bontempo

Questa non è la solita prosa impostata del sabato sera, è solo una cosa fine a se stessa, fine allo stress, inutile come non mai, ma mai eccessivamente bella, protesa verso. Ho 15 anni adesso, e ho bisogno di spazi larghi, di vedute strette, di inquadrature nuove, più interessanti del tuo sguardo, più lontane dei tuoi occhi. Ho 16 anni adesso, ma non me ne capacito, solo sono un po’ più stronzo, disilluso e utopicamente spinto a capire, la bellezza della merda, il movimento delle tue pupille. Non ho niente adesso, o almeno così sembrerebbe da quanto non scrivo. Penso sempre a quanto innamorarsi sia bello. Tu, ad esempio, “Ti amo”, non dirmi che non mi ami, ho visto come mi guardi quando mi volti le spalle, come mi osservi quando dormi, come parli quando canti, come sono scemo ancora adesso. Eppure io credevo di volerti bene, poi mi sono chiesto “Ti amo?” e allora ho avuto paura di spaventarmi, timore di entrare in un vortice caldo di sensazioni controproducenti, di asfissie giovanili, di grida selvagge, di morti sicure. Amare è decidere in realtà, se non scegli rimani immobile a crucciarti per non esserti deciso a mandare affanculo qualcuno, di non essere riuscito almeno a convincerti del contrario di non sai bene che cosa.

Non ho niente neanche adesso, lo capisco dai suoi occhi. Lei mi amava mentre ti amavo, e ora che la amo non mi ama più, e poi dicono che la morte sia una brutta cosa se se ne abusa, se si smette di vivere per un attimo veloce, se cominci a solidificarti e a scioglierti di tutte le preoccupazioni. Ora devo cercare chi mi ama mentre la amo, me se non la amo come posso uscirne? Come posso pretendere di trovarti? Esci fuori, urla, grida, “è Dio che mi ha mandata”, allora ci sposeremo, ci stancheremo subito e poi avremo dei figli, dei nipoti, degli impegni, delle rotture di coglioni, dei film da vedere insieme. Scoprirò un giorno un posto in cui chiamarmi Domenico, in cui navigare sul male, in cui tuffarmi senza fretta.

Non ho niente neppure adesso che non so quanti anni ho. Dovrei dire che non ho niente neppure adesso, ma non me la sento. Sarà che ho una melodia che mi continua a girare in testa. Sarà che ho mal di testa da 17 anni. Sarà che dico troppe parolacce. Dovrei continuare a dire che non ho niente neppure adesso, ma non me la sento. L’istinto mi sta conducendo, e potrei aver detto cose a cui non credo, prima, e forse lo farò anche dopo. Dovrei continuare a dire che non ho niente neppure adesso. Però guardo fuori dalla finestra, per un attimo, e mi accorgo che la tapparella e abbassata, che la luce è spenta, che non è possibile.

28 ottobre
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Amor, amor, amor

“Non hai nessuna scusa”. Disse la ragazza dai capelli belli e dal trucco pesante al ragazzo senza pretese. Poi le uscii direttamente dal midollo spinale un “bastardo”. Vocativo pronunciato con una particolare attinenza all’espressione, con una prurigine ed una sincerità che solo chi vorrebbe ammazzare può permettersi. Stringeva i pugni e aveva tutti i muscoli magri in tensione. Non era una di quelle che si emozionano, però credeva nell’amore. Cioè, così diceva quando esprimeva tutta la serietà di sentimenti che aveva in corpo. Quando rispondeva all’unica pallida domanda con una minima pretesa di importanza che si pongono le ragazzine su ask.fm, “credi nell’amore?”,  osava rispondere di sì. Non è che avesse esperienze diverse dal limone nei locali del centro o di Orio al Serio, nulla di più del ragazzo “serio” ogni tanto: ogni suo sentimento veniva riassunto con sopravvalutata pertinenza dalle frasi sulle borse di subdued. Però, di fronte a quella domanda che l’anonimo iPhone le notificava con inattaccabile puntualità, sentiva muoversi come una corrispondenza tra il concetto di amore e le esigenze più profonde del proprio cuore.
Lui da parte sua ci aveva passato davvero tanto tempo con lei. Per questo era sconvolta dalla verità che all’improvviso aveva sentito uscire dalla sua bocca. La turbava il vuoto tra l’amara concretezza delle parole di non-amore che lui le aveva detto poco fa ed il ricordo estivo di tanti fatti che, quando li aveva vissuti, continuavano a confermare nella sua mente l’amore assoluto che lui le prometteva. Fatto sta che lui ora si divertiva a fare il ragazzo che si “gode” la giovinezza (dove il termine “godere” è inteso in senso essenzialmente sessuale) e si crogiolava nella nuova figura di stronzo spezza cuori che si era trovato a disegnarsi addosso. E dire che erano anche andati in vacanza insieme.
Tutte queste immagini di presunta pienezza sentimentale passata le bombardavano il cervello. Si mise a piangere. Non piangeva per debolezza, né perché era ancora innamorata del bel bastardo, né perché l’aveva trattata male: erano tutte cose con cui sapeva fare i conti. Piangeva essenzialmente perché questa contraddizione tra passati densi di gesti fino allora considerati amorevoli ed un presente fatto di nuda realizzazione del falso la mandava in crisi. Si accorse che dell’amore non sapeva nulla e che se nulla sapeva e nulla provava, l’amore nulla era. E se l’amore era nulla il suo cuore anelava ad altrettanto nulla. Un gioco di nulla che si alternavano nei suoi occhi e le cadevano sulle guance.

Il primo inverno congelava il cruscotto della macchinina nuova nuova che i suoi diciott’anni ed il benessere finanziario dei genitori le avevano permesso. La condensa rifletteva i lampioni del centro e lei era ormai sicura che il mondo fosse destinato a finire con qualche gossip sulla loro rottura e la certezza che aveva dato tutta sé stessa ad un essere di cui aveva  soltanto ribrezzo. Pensò che l’aveva tanto amato.
Poi, come un brivido, le salì un sospetto lungo la schiena. Si volse come se qualcuno l’avesse toccata sulla spalla; ma di là c’era solo la fontana di piazza Pontida che continuava a sputare acqua nel silenzio della domenica sera. Allora capii: lui la voleva solo per un rapporto fisico continuativo, ma anche lei non aveva fatto altro che dargli organi sudati, la situazione sentimentale di Facebook e spietate frasi da serie tv. Capii che se l’amore c’era, era una cosa completamente diversa: fino ad allora non aveva fatto altro che mentire e rotolarsi soddisfatta nelle menzogne, come una scrofa nel fango. La vacanza di quell’estate era solo una menzogna a pagamento. La sua vita da un po’ di tempo a quella parte era una menzogna ben raccontata. E in fondo, fino ad allora, aveva sempre finto di non saperlo.
Travolta da questi pensieri, con il cellulare che vibrava nella tasca della giacca in macchina, seduta sull’asfalto ed appoggiata ad un pneumatico posteriore, non si accorse che la notte le ghiacciava le mani e che il freddo pian piano le devastava i polmoni. Forse quella notte fece troppo freddo, forse aveva pianto troppo, forse era troppo sola. Lanciando l’ultimo sguardo alla fontana realizzò che ormai era troppo tardi per provare ad amare e che aveva davvero, ma davvero sonno. Chiuse gli occhi.

A dire il vero

09 ottobre
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Il loro viaggio porta un po’ più lontano

Avete notato che le strade cominciano a fare le frettolose? Che gli alberi piagnucolano, sempreverdi e sempremorti? Io è un po’ che colleziono occhiate alle foglie arancioni, faccio venire il mal di testa ai lampioni, che s’accendono tutti imbarazzati. Mi confondo le emozioni, mi specchio nella carta stagnola, non mi ricordo quella parte lì della traduzione. Non ti devi giustificare.
L’unica alternativa alla finestra aperta sulla nebbia è camminare. Camminare assieme. Che bello, pensaci. Non siamo soli a prendere a pugni l’autunno. Miliardi di chilometri in autobus infreddoliti. Miliardi di volte mi hai chiamato per nome. Solo ora capisco come mi chiamo.

Lunga vita alle pozzanghere,
Bergamo capitale europea della provincia.
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27 agosto
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Anche in Sicilia si muore d’amore

I compiti delle vacanze del caro Paolo Bontempo, scostanti.

Il lavavetri non capisce un cazzo

(Ovvero: Non innamorarti mai in estate, o fallo raramente)

Bam… non succede nulla. L’asfalto èpiù abbronzato di me di questi tempi. Il guardaraill non guarda più un cazzo. Il gelataio è smarrito, sudato, felice come non mai. I negozi sono noiosi. I supermercati sono solo freschi, null’altro. La frutta è diversa. L’anguria riappare dopo una lunga agonia in carcere. La scrivania non ha più alcun senso pratico. Il cielo non lo si guarda, il sole è un’entità mistica da ieri. Se non cambi visuale Ariosto si incazza, poi vaglielo a spiegare tu che Monica Vitti è malata, che il papa di prima non c’è più. Ogni giorno è un escalation per l’ascensore di tua zia, che poi è del condominio. Abita al secondo piano l’inquilino del terzo piano, perché scende dalle stelle con le gocciole, mangia gallette, è celiaco da vent’anni, da quando ha scoperto di stare male. La salsedine è una parola troppo lunga e deteriora la memoria a breve termine. Non finisce mai di stupirmi l’incomprensibile. L’aeroplano scoreggia e perdo fiato. Corro solo in salita quando salto stacco i piedi da terra e cado sempre in piedi. Inciampo spesso nel tuo sguardo, ma tu vedi meno di uno che non ci vede un cazzo. Nuoce alla salute essere piccoli, bisogna mangiare pìù spesso al Mcdonald. Compro braccialetti dai negri, mangio con gli Ebrei, dormo con i Messicani. Scrivo il diario di Bridgette Jones quando lo sceneggiatore si addormenta. Buonanotte al secchio, addio castelli di sabbia, avanti castelli di mmerda. Sono i sintomi dell’amore amaro mi dice il medico della mutua. In estate è chiusa la farmacia di fiducia, le altre sono nebbiose. Sei indeciso, impreciso, sconvolto. Fai una giravolta e buttati a terra una volta tanto. Ti verrà anche da ridere ma non pensarci, tu sei una persona triste.

 

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Ooo

Cadono le foglie,

e io me ne fotto,

e non ho voglia di poesia adesso,

al buio.

 

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20 agosto
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Osservare esausto

È facile vivere così.

Io, solo in mezzo alla gente, chiuso nel mio salviettone, con la croce avvolta intorno al  cuore, ascolto il profumo della  vostra cannabis e mi lascio deridere da tutta la mia immaginazione. Mi lascio deridere da voi, società delle 16:30, lasciata ad asciugare nelle fogne di una  città che ben diversa sarebbe, se solo non fossi  solo.
Non siete contenti della spremuta di confusione che mi avete estratto dalle punte dei capelli? Applaudite alla banda delle cause perse. Io del mare non ne posso fare a meno, ma la spiaggia la dovrei proprio incendiare, prima che sia troppo tardi, prima che cambi la luce,  prima che m’innamori di  voi.

Ho perso  De Gasperi in mezzo alla piazza; vorrà dire che mi metterò a succhiare tutte le caramelle del paese. E voi non potrete impedirmelo coi vostri riff ripetuti e la vostra  affettività marziale. Ma quale gelateria? Ma quale introspezione?!  È solamente esistere pallido sui muri, malato di  morte. È la sacrosanta e violenta libertà. È l’iconoclastica devastazione del  beach-club! Otranto sommersa dalle onde! Flutti eravate e flutti tornerete! E non c’è Protezione Civile che regga, c’è solo la mia preghiera che vi rovescia il centro storico. E Dio sorride della mia coscienza devastante, il Dio degli occhiali da sole, del proibizionismo e di tutti i santi. Dio sorride e nulla vi accade.

A voi non vi accade mai nulla, siete ancora lì, nudi in mezzo al nulla, terra inesistente, scorci immanenti; sottomarche di occhiali, smartphone samsung, esibizionismo celato e orecchini: è ancora tutto lì, fermo dove non l’avevo (mai) lasciato. Non mi siete (mai) piaciuti, ma ho fame di voi.

Ho deciso: morirò di pizza, morirò di spiaggia, di assalti alle mura e di lecca-lecca. Ma che flusso di coscienza?! È fighettismo infantile. È imperialismo economico della domenica. È che siamo malati cronici.

Solo il tramonto mi salva.

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02 luglio
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Da dove vieni?

E così, dopo averlo osservato fin dall’orizzonte, Chiara salì sull’autobus. Fatti tre passi intimoriti tra la folla, si sedette nel mezzo in un posto singolo, gli occhi fissi oltre il finestrino, quasi preoccupati, intenti a seguire il dispiegarsi delle cose sui marciapiedi del centro.

“Scusi, sa quando devo scendere per via Togliatti?”. Un fattore esterno all’improvviso aveva interrotto la sua contemplazione del panorama urbano in movimento, un fattore esterno dagli occhi chiari e dai capelli farfugliati, con la bocca leggermente aperta ed uno sguardo stupito, un bel fattore esterno insomma. “Oh, certo, è la mia fermata!”, annuì sorridente Chiara lasciando da parte il fastidio causato da qualsivoglia conversazione con un interlocutore sconosciuto. “Sa cosa?” – e il sorriso divenne risata – “Io credo proprio di essermi già sognata questa situazione. In ogni dettaglio”. Lo sconosciuto fissò lo sguardo per un istante, per poi partecipare alla risata. “Comunque alla prossima siamo arrivati”. “Grazie infinite”. Chiara appoggiò la mano allo schienale del sedile davanti e, alzatasi, si ritrovò di fronte alle porte dell’autobus. Lo sconosciuto era dietro di lei, vicinissimo.

Una volta scesi e percorsi i primi venti metri, Chiara si accorse che l’uomo di via Togliatti le stava ancora dietro. Con fare affannato accelerò il passo verso casa, lanciando occhiate dietro le spalle, nella vana speranza di vederlo imboccare una trasversale. Nessun altro nel raggio di trecento metri: il respiro di Chiara si fece più rapido, sempre più rapido, finché non vide finalmente casa. Era una situazione ansiogena, che spaventava e confondeva Chiara: era veramente malintenzionato oppure era lei a pensare sempre male?

“Scusi!”. Chiara si fermò impalata, con gli occhi spalancati, inquieti “Io non sono di qui, sa, avrei bisogno di una mano…” La ragazza corse per qualche metro, anelante alla porta di casa “…Non mi lascerà qui da solo!”. Come sentì questa frase, Chiara si voltò misericordiosa verso lo sconosciuto. La situazione si era spostata sul polo opposto: era lui in difficoltà, non lei. Un po’ per gentilezza, un po’ per istinto Chiara gli andò incontro: “Dove deve andare di preciso?” “Le sembrerà strano, ma non lo so”.

 

Chiara aveva cominciato ad apprezzare il parco solo dopo gli incontri con l’uomo di via Togliatti. Più che un parco, era un’aiuola fiorita in mezzo ad un’area condominiale, con qualche ragazzino d’atmosfera e delle scritte sui muri. Era un po’ che si vedevano lì in mezzo, per chiacchierare e passeggiare avanti e indietro, circondati dal profumo di gelsomino.
“Verrà a piovere…”, “Avevo notato. Mi piace quando piove a primavera, dopo un po’ ci si stufa del sole” “Hai ragione, nulla è più piacevole di riscoprire le cose che ti circondano”. Chiara sorrise con tutta sé stessa. Non sapeva nulla di quell’uomo. Non conosceva il suo nome, la sua famiglia, dove abitasse, perché era sempre vestito allo stesso modo e, a pensarci bene, non sapeva ancora dove dovesse andare di preciso. Lo vedeva senza orari, senza appuntamenti, senza aspettative, ma aspettava di vederlo per tutto il resto del tempo. Nemmeno lui sapeva nulla di lei: non sapeva quanti anni avesse, non sapeva qual era il suo colore preferito, non sapeva nemmeno della sua malattia. Lui non aveva contatti, telefono, indirizzo o altri riferimenti: semplicemente ogni tanto si calava nella sua esistenza senza preavviso, la liberava dalle ansie e la faceva sorridere.

Che tutto ciò fosse amore non era la sua preoccupazione. Chiara non si curava di cosa fosse l’amore. Naturalmente gli aveva dato la sua definizione da social network, ma ogni volta che pensava le si fosse presentato o lo aveva respinto terrorizzata, o, illudendosi di gioire, lo aveva accettato come nuda apparenza. Invece quest’uomo non appariva: quest’uomo era. Ed era lì per lei. Così trascorrevano i pomeriggi immersi nelle loro passeggiate, che non partivano in nessun posto e che non arrivavano da nessuna parte.

 

Il sole tramontava lento tra i condomini e proiettava nella luce rossa l’ombra della panchina su cui i due erano seduti. I gelsomini ormai saturavano l’aria, rendendo difficile abituarsi al profumo così forte. Chiara, con il volto illuminato per metà ed i capelli raccolti lungo la spalla opposta, interruppe il silenzio religioso del parco: “Ma dimmi: da dove vieni?” chiese innocente e stupenda. Lo sconosciuto, voltandosi per guardarla negli occhi, avvertì un brivido; ma quegli occhi meritavano la verità. “È difficile da spiegare, vorrei che tu lo potessi sapere senza dover passare attraverso le mie parole… Io sto vivendo un lungo viaggio, Chiara. Un viaggio attraverso il tempo. Io vengo da tra vent’anni. Vengo da dopo la crisi, dopo la guerra, dopo la fine della democrazia: saranno dei sistemi elettronici perfetti a governarci, un giorno. Per questo posso incontrarti solo ogni tanto, senza mettersi d’accordo, senza preavviso. Per questo sono sospeso tra te ed il mio tempo.”. Lei tremava, inquieta e sbalordita, con in volto un’espressione satura d’ansia. “Sono il primo navigatore temporale con un preciso incarico governativo.” – continuò – “Devo impedire ai malviventi di commettere gli omicidi per i quali verranno processati nel futuro. Per ora siamo in una fase sperimentale, e, ti giuro, mi piange il cuore al pensiero che possano interrompere gli esperimenti, amore mio…” Chiara, con gli occhi spalancati, stralunati, raccolse da terra una bottiglia di vetro. Avvertiva un malessere gelido, avvolgente, vedeva scomparire nell’ombra del tempo quello che fino ad allora era stato il soggetto della sua serenità. Avvertiva un tempo freddo, lontano, che scardinava il senso del presente e la sua personale tranquillità: il futuro trascinava quella presenza via da lei. Per sempre. Si sentiva confusa, agitata; non poteva accettare questa verità, non poteva, non era razionale, logico, ammissibile. Non oggi. Alzata di scatto la bottiglia la tenne sospesa in aria qualche istante, per poi frantumarla sul collo dello sconosciuto e scagliare ripetutamente i frammenti contro la sua gola. Avvolta dalla luce del sole, con i capelli imbrattati di sangue ed un’espressione incosciente, era bellissima.

 

* * *

 

“MINISTERO DELLA GIUSTIZIA. PROGETTO MINISTERIALE 4991: RAPPORTO. L’esperimento numero 25 di prevenzione criminale tramite buco temporale, eseguito sull’individuo Corazzini Carlo (CRZCRL13R09D612S), al fine sperimentale di impedire la realizzazione del reato di omicidio da parte dell’individuo Golgi Chiara (GLGCHR91C25C573Z), soggetto a disturbo bipolare, è definitivamente fallito. Al venticinquesimo esperimento è stato riscontrato come gli esseri umani in questione non abbiano mai seguito la linea temporale riconosciuta in precedenza, ma la abbiano condizionata con loro caratteristiche, indici di fragilità emotiva, quali: solitudine, inquietudine, aggressività, sofferenza, innamoramento. Al fine di evitare un dispendio economico sovrabbondante si è scelto di archiviare il progetto.”